Software libero nelle P.A.

Forse è la volta buona.
Il Governo Monti ha modificato l’articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale che disciplina l’acquisizione di software da parte della Pubblica Amministrazione a favore di quello open source.
Con l’introduzione della “Spending Review” il Governo intende ridurre gli sprechi di denaro pubblico e, cosa inusuale per il nostro paese, ha invitato tutti i cittadini a dare suggerimenti su come tagliare le spese.
L’Associazione di Promozione Sociale OS3, della quale sono un socio fondatore, attraverso l’Istituto Majorana di Gela, ha dato il suo.
Non sembra vero, ma la Pubblica Amministrazione, grazie alla legge n. 134 del 7-8-2012, dovrà utilizzare software libero od open source, il software proprietario che prima era la regola, ora diventa l’eccezione.
Con tale legge (modifiche urgenti per la crescita del Paese) è stato modificato l’art. 68 del CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale – D.Lgs. 82/2005) che disciplina le modalità e le procedure per l’acquisizione di software da parte della Pubblica Amministrazione.
Già da anni Pubbliche Amministrazioni virtuose hanno fatto questo passo, la provincia di Bolzano nel 2009 diede l’esempio. Le sue 83 scuole di lingua italiana passarono all’open source e la spesa per le licenze si ridusse da 269.000 a 27.000 euro.
Ne parlò anche RAI 3 nella trasmissione Report (guarda il video).
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Il sofware libero e nello specifico il sistema operativo Linux viene usato in tutto il mondo date una occhiata qui.
L’Italia nel 2012 (anno di crisi), staccherà un assegno da 40 milioni di euro a favore di Microsoft. Leggi questo articolo.
Forse con questi soldi si potrebbe fare un po’ di formazione nelle scuole (ai docenti) e nelle Pubbliche Amministrazioni, che ne hanno molto bisogno e non solo per l’utilizzo del software libero.

Etica e Affari

Oggi, è  luogo comune pensare che negli affari ci sia spazio soltanto per il profitto,  competizione, furbizia, strategia e cinismo e che altri valori come l’etica, l’onestà e il rispetto per il rivale non esistano più.
Molte persone (ottimiste), ritengono che l’attuale  economia di mercato non potrebbe reggere neanche per un giorno se non ci fosse un ingrediente etico fondamentale a sostenerlo  che è la fiducia e che senza questo reciproco credito, il meccanismo dello scambio non potrebbe funzionare.
Non esistono principi morali diversi da applicare alle varie situazioni della vita, bensì un’unica etica, che si applica agli affari come alla nostra vita personale, ed è quella che tutti conosciamo e nella quale crediamo, comune alle più diverse religioni e culture.
Perseguire un comportamento etico porta sempre ad una soluzione vincente.

Altre persone  ritengono che nell’attuale sistema economico, figlio del capitalismo e della globalizzazione, dove la finanza condiziona tutto, l’etica sia diventata un comportamento a dir poco “comico”.
E’ sotto gli occhi di tutti che, nella politica, negli affari, nello sport e in tutto ciò dove si muove denaro, i comportamenti privi di etica, sono all’ordine del giorno e considerati quasi “normali”.
La lunga stagione degli scandali finanziari iniziata nel 2008, che ha ipotecato il futuro di una intera generazione è stata ben raccontata nel film-documentario “Inside Job”  vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2011, dove il comportamento NON etico regna da padrone.
Ogni giorno ci vengono proposte dai giornali e dalle TV notizie di corruzione e di ruberie che interessano tutti, dal politico all’imprenditore, dal carabiniere al disoccupato, dalla casalinga al manager.
Si salvano solo pochi, (senza offesa) “coglioni”, quelli che ora sono costretti a ri-pagare con soldi veri i soldi falsi messi in giro dalle banche.

Dopo il picco (del petrolio)

Ed Crooks giornalista del Financial Times ha intervistato il 21 settembre scorso a New York Peter Voser amministratore delegato della Shell.
In questa intervista il numero uno della SHELL conferma la continua diminuzione della produzione di petrolio con un ritmo del 5% annuo, quindi il picco del petrolio non è stato raggiunto, ma da tempo superato.
Dopo averlo negato per anni , ora sono proprio i petrolieri a lanciare l’allarme.
Secondo Voser il problema non è la mancanza di petrolio nel sottosuolo, ma gli investimenti inadeguati, dovuti a tagli a seguito della crisi finanziaria.
La sua ricetta per superare questo problema è investire per dotarsi di impianti estrattivi migliori, spingere i governi a concedere autorizzazioni a perforare nel mar Artico e convincere Iraq e Russia a produrre di più.
Una ricetta che non mi convince molto, sposterà solo di qualche anno il problema.
La riduzione dei consumi e l’utilizzo di energia da fonti rinnovabili è l’unica strada percorribile.
Per ora i prezzi sono tenuti a freno dalla crisi economica, che oltre a ciò non favorirà investimenti nel settore.
Se la richiesta di petrolio dovesse improvvisamente aumentare, un grosso aumento del costo dell’energia sarà inevitabile.
L’articolo originale sul Finacial Times non è consultabile senza registrazione è possibile però leggerlo da qui .
L’articolo è stato commentato sul sito di Green Report ma a mio avviso anche un po’ interpretato ecco traduzione artigianale.