Quando penso alla nostra società, immagino un automobile che viaggia, un’automobile anomala con solo uno strumento: il contachilometri.
I passeggeri contenti lo guardano soddisfatti.
Nessuno altro strumento sul cruscotto, niente dice loro se c’è una porta aperta, un guasto al motore, quanto carburante c’è ancora nel serbatoio.
Nessuno di loro saprà mai che il viaggio prima o poi finirà perché il carburante sarà esaurito o perché il motore si sarà fuso senza più olio.
La nostra società viaggia allo stesso modo, con un solo indicatore il PIL, tutto il resto non esiste.
La condivisione del sapere, il volontariato, l’auto-produzione di beni, non produce scambio di denaro e non incrementano il PIL , dunque sono inutili per la nostra società.
Se le persone si organizzano per coltivare orti su un terreno abbandonato, fanno il pane a casa, oppure utilizzano software liberi per far funzionare i loro computer, il PIL non cresce e il benessere sociale prodotto da queste azioni non ha nessun valore.
Forse guardare solo del PIL (in pratica il passaggio di denaro), come ci insegnano quelli della TV aggiornandoci ogni giorno sulle previsioni dei vari esperti è sbagliato.
Facendo così non teniamo conto che le attività economiche che incrementano il PIL intaccano beni comuni come:
– la qualità dell’aria, dell’acqua, il territorio;
– le fonti energetiche;
– la salute delle persone;
– la coesione e la pace sociale;
Non sacrifichiamo tutto questo e il capitale umano che lo difende in nome del PIL.
Non guardiamo solo il contachilometri.
Il PIL quale indicatore di benessere, è stato messo in discussione più di quaranta anni fa da Robert Kennedy, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, in un discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University, poco dopo fu ucciso, forse non è stata una coincidenza, per saperne di più leggi qui
L’Italia è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi.
I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapporto e un’analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro).
Ora che in questi giorni le milizie del colonnello Gheddafi sparano sulla folla, l’Italia si guarda bene dal dichiarare una sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi, come hanno fatto, anche nei confronti di Egitto e Bahrain le principali cancellerie europee.
Maggiori dettagli da Unimondo.org.
Un ministro degli esteri che non sa schierarsi, che aspetta ordini dal nostro “sultano” o ancora peggio, che aspetta il vincitore per farsi un’opinione, come ai tempi del caso Emergency, quanto le dichiarazione di Frattini mi fecero ( e non solo a me) vomitare (leggi il mio precedente articolo).
Avrei preferito dal governo italiano una presa di posizione sulla questione Libica più decisa, avrei preferito sentire: “noi stiamo con Gheddafi, perché i rivoltosi non sono altro che un banda di integralisti islamici”.
No, meglio aspettare e se poi vincono gli “indiani” e noi ci siamo messi con i “cowboy”?
E’ passata quasi inosservata la notizia che lunedì, 24 gennaio 2011, la Camera dei Deputati ha votatao il diciannovesimo rifinanziamento semestrale della missione italiana di guerra in Afghanistan.
Per i 6 mesi di campagna militare che vanno dal 1° gennaio al 30 giugno 2011, è prevista una spesa complessiva di oltre 410 milioni di euro.
In nove anni e mezzo, questa inutile campagna militare ha risucchiato dalle esangui casse dello Stato più di 3 miliardi di euro (maggiori dettagli su siamotuttigiornalisti).
Non una parola, un dibattito, un cenno di ripensamento, un’iniziativa politico-diplomatica, niente.
Il Parlamento vota per l’ennesima volta, quasi all’unanimità, il rifinanziamento della guerra in Afghanistan.
Soldi, altri soldi, solo soldi.
I soldi, che per la guerra si trovano sempre.
Per la scuola, la sanità, le pubbliche amministrazioni, i servizi sociali, sempre meno, continuando a fare con quel poco che c’è.
In TV si balla sempre di più al ritmo del bunga bunga e le notizie delle rivolte popolari nel Magreb fanno da contorno.
Chiediamo al governo di far tornare a casa i nostri soldati e di finanziare la pace.
Queste ragazze che manifestavano per la pace, forse non sono passate inosservate…
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