Via della croce

In questo brano il “percorso” della crocifissione di Cristo è racconatao da punti di vista diversi:
– il massacro dei bambini ordinato da Erode allo scopo di uccidere Gesù;
– le donne che partecipano impotenti al suo martirio;
– gli apostoli confusi e nascosti tra la folla per non essere scoperti;
– il “potere” con il “volto disteso” e di “umana sembianza” ora che Gesù è “morto abbastanza“,
– i poveri e gli staccioni ai quali non è stato permesso partecipare alla “festa”
– e i due ladroni (perdonali se non ti lasciano solo).

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Ecco il testo della canzone:

Poterti smembrare coi denti e le mani, sapere i tuoi occhi bevuti dai cani, di morire in croce puoi essere grato a un brav’uomo di nome Pilato.
Ben più della morte che oggi ti vuole, t’uccide il veleno di queste parole: le voci dei padri di quei neonati, da Erode per te trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi misurano a gocce il dolore che provi; trent’anni hanno atteso col fegato in mano, i rantoli d’un ciarlatano.
Si muovono curve le vedove in testa, per loro non è un pomeriggio di festa; si serran le vesti sugli occhi e sul cuore ma filtra dai veli il dolore: fedeli umiliate da un credo inumano che le volle schiave già prima di Abramo, con riconoscenza ora soffron la pena di chi perdonò a Maddalena, di chi con un gesto soltanto fraterno una nuova indulgenza insegnò al Padreterno, e guardano in alto, trafitti dal sole, gli spasimi d’un redentore.
Confusi alla folla ti seguono muti, sgomenti al pensiero che tu li saluti: “A redimere il mondo” gli serve pensare, il tuo sangue può certo bastare.
La semineranno per mare e per terra tra boschi e città la tua buona novella, ma questo domani, con fede migliore, stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio per esser scoperto cugino di Dio: gli apostoli han chiuso le gole alla voce, fratello che sanguini in croce.
Han volti distesi, già inclini al perdono, ormai che han veduto il tuo sangue di uomo fregiarti le membra di rivoli viola, incapace di nuocere ancora.
Il potere vestito d’umana sembianza, ormai ti considera morto abbastanza e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, degli straccioni.
Ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso.
Sono pallidi al volto, scavati al torace, non hanno la faccia di chi si compiace dei gesti che ormai ti propone il dolore, eppure hanno un posto d’onore.
Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena piegata dal legno che a stento trascini, eppure ti stanno vicini.
Perdonali se non ti lasciano solo, se sanno morir sulla croce anche loro, a piangerli sotto non han che le madri, in fondo, son solo due ladri.

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Maria nella bottega d'un falegname

È un dialogo tra Maria, il falegname (forse Giuseppe) e la gente.
Si può definire una canzone antimilitarista e Gesù è colui che “guerra insegnò a disertare“.
Maria dalle parole del falegname apprende che una delle tre croci che sta preparando sarà usata per crocifiggere suo figlio.

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(Non ho trovato niente di meglio su youtube)

Ecco il testo della canzone:

Falegname col martello perché fai den den? Con la pialla su quel legno perché fai fren fren? Costruisci le stampelle per chi in guerra andò? Dalla Nubia sulle mani a casa ritornò?

Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia, ma tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare”.

Alle tempie addormentate di questa città pulsa il cuore di un martello, quando smetterà? Falegname, su quel legno, quanti corpi ormai, quanto ancora con la pialla lo assottiglierai?”

Alle piaghe, alle ferite che sul legno fai, falegname su quei tagli manca il sangue, ormai, perché spieghino da soli, con le loro voci, quali volti sbiancheranno sopra le tue croci.

Questi ceppi che han portato perché il mio sudore li trasformi nell’immagine di tre dolori, vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio il più grande che tu guardi abbraccerà tuo figlio.

Dalla strada alla montagna sale il tuo den den ogni valle di Giordania impara il tuo fren fren; qualche gruppo di dolore muove il passo inquieto, altri aspettan di far bere a quelle seti aceto.

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Ave Maria

Un vero e proprio inno alla maternità, Maria diventa l’emblema di tutte le madri, che De André comprende e insieme compiange, perché la maternità continua anche dopo il parto e dura per tutta la vita (femmine un giorno e poi madri per sempre).
Una visione terrena della Vergine, che non è una riduzione, ma l’ innalzamento verso un senso e una dimensione più “alta” della donna.

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Le immagini sono tratte dal film “The Nativity Story” diretto da Catherine Hardwicke e scritto da Mike Rich.

Ecco il testo della canzone:
E te ne vai, Maria, fra l’altra gente che si raccoglie intorno al tuo passare, siepe di sguardi che non fanno male nella stagione di essere madre.

Sai che fra un’ora forse piangerai poi la tua mano nasconderà un sorriso: gioia e dolore hanno il confine incerto nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna, ave alle donne come te, Maria, femmine un giorno per un nuovo amore povero o ricco, umile o Messia.

Femmine un giorno e poi madri per sempre nella stagione che stagioni non sente.

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